martedì 31 maggio 2011

E, nel silenzio, diventarono amici.

Questo racconto mi fa schifo. È uno dei miei peggiori racconti, pieno di buonismo e luoghi comuni. Comunque, a quanto pare, è piaciuto alla giuria di un concorso a cui ho partecipato e ho vinto il secondo premio (:D). Quindi eccovelo fresco fresco (si fa per dire). 

robot - daisyChristopher si stringe al corpo caldo della madre con il petto che va su e giù e le lacrime che imbevono la felpa della donna. Tutto tace intorno a loro, come se la loro casa, un tempo vissuta, abbia perso il proprio calore; i due stanno a terra, al centro della stanza ormai spenta, quasi abbiano paura delle pareti stesse. Vetri rotti dei quadri caduti a terra occupano il pavimento, coperto da un velo di polvere grigia. La credenza, in un angolo, è stata gettata a terra e frammenti di fine porcellana la circondano. Dalle finestre sbarrate entra solo qualche fascio di luce, e s’intravedono, dal secondo piano dove stanno, le macerie della città smantellata.

Il silenzio, ancora una volta, è tornato ed entrambi sanno cosa significhi. Niente più boati di macchine malvagie che completano la distruzione della città, niente più stridori di automi che pattugliano la città. Solo silenzio. E terrore.

Ecco che un rombo tuona all’esterno. Christopher stringe la presa; la madre lo abbraccia a sua volta, sperando che anche stavolta siano risparmiati. Il rumore aumenta, sempre più vicino, sempre più pauroso. Il bambino non resiste e getta un grido di paura, coperto dal rumore sordo e regolare. Il suono si arresta tutto a un tratto e, per un istante, il tempo si ferma.

Poi un nuovo rumore invade le orecchie del fanciullo, quello della distruzione. La colossale macchina robotica fuori dalla casa, infrange uno dei suoi bracci contro l’edificio, scoprendo le inermi creature che vi si sono rifugiate. Calcinacci e pezzi di pareti s’infrangono sul pavimento, troppo fragile al confronto. Quindi il palazzo riceve un altro colpo, stavolta in basso, e le fondamenta cedono. Christopher non lascia la presa mentre, come in preda ad un terremoto, il palazzo collassa su se stesso. Si sente mancare, mentre cade giù insieme a polvere e mattoni; un colpo freddo e secco ferisce la testa del bambino che viene avvolta dal dolore. Grida e piange, mentre la demolizione continua incessante. Un miscuglio di rumori lo circonda, ma non vuole aprire gli occhi; ancora parti di edificio atterrano sulle macerie. Christopher stringe la mano della madre e solo quando sente una risposta apre gli occhi. La donna è accanto a lui, la pelle e i vestiti coperti da polvere bianca. «Va’ via, Christopher» sussurra, allo stremo delle forze. Il robot demolitore si allontana a passi pesanti, lento, ignaro di quello che comporta la sua distruzione.

«Vieni con me, mamma. Su, alzati!» risponde il piccolo tirando la madre per il braccio. Tossisce e vede le gambe della madre coperte da una trave. «Dai, mamma, ti aiuto io! Alzati, ti prego!» singhiozza ancora. La madre muove la testa in segno di diniego. «Scappa, Christopher» ripete.

È una luce rossa e lampeggiante a distrarre il bambino, lontana, ma ben visibile. Uno nuovo, strano essere meccanico inizia una corsa senza tregua, con andamento fulmineo, verso il ragazzo, simile alla corsa di un gatto. Estensioni metalliche scintillano, partendo dal corpo della creatura robotica. «Scappa!» incita ancora la madre.

Christopher tentenna, esitante. Stringe con forza la mano materna, e, con un ultimo grido di disperazione, la lascia, fuggendo. Le lacrime scorrono veloci, sospinte dal vento che colpisce la faccia del piccolo. Piange, pensando alla madre, bloccata sotto le macerie; un sibilo arriva alle sue orecchie, mentre la creatura malefica finisce la donna e si dà all’inseguimento del piccolo.

Corre e corre, coi piedi scalzi e sanguinanti, sopra le macerie dei palazzi rasi al suolo. Grida ancora per la paura dell’automa che sente sempre più vicino e incespica, ferendosi le mani e le ginocchia. Si rialza, riprendendo la sua corsa mentre il saettante androide è ormai a pochi metri da lui. Un arto del mostro lo colpisce ad una spalla, gettandolo a terra, indifeso. Christopher si volta verso il suo nemico e strisciando indietreggia con i gomiti, ormai ad un passo dalla morte. Come uno scorpione, il robot punta una aculeo luminescente sul corpo del ragazzo. Chiude gli occhi, e un sibilo attraversa l’aria.

La morte non arriva, fermata da un salvatore sconosciuto. Un ragazzo ha affondato il suo coltello nel corpo centrale dell’automa. Gira il pugnale, rompendo, tra scintille e riflessi, il corpo metallico. Quindi, divelta l’arma, afferra per un braccio Christopher e lo costringe ad alzarsi e a seguirlo; rasenti ai muri dei palazzi semidistrutti, si rifugiano in un vicolo, invaso da rottame di ogni genere. Si siedono.

Il ragazzo con il pugnale guarda la testa sanguinante di Christopher, quindi, tagliata una striscia di stoffa dai suoi pantaloni, l’avvolge e la stringe per fermare l’emorragia.

«C-chi sei?» sussurra Christopher. Il ragazzo mette subito l’indice sul naso, invitandolo a far silenzio. Apre la sua giacca ed estrae uno quaderno sgualcito, privo di copertina. Con una matita spezzata scrive a caratteri disuguali: “Sai leggere?”

Christopher annuisce. “Allora non parlare, scrivi. Se no ci ammazzano” scarabocchia. Christopher prende il quaderno e scrive: “Come ti chiami?”

“Richard” risponde l’altro sul quaderno.

“Grazie di avermi salvato.”

“Prego.”

Christopher lascia allora il quaderno e la matita per terra e si volge da un’altra parte. Chiude gli occhi e appare come una visione l’ultimo sguardo di sua madre. Inizia a singhiozzare silenzioso, con il petto sussultante. Richard fa scivolare piano il quaderno avvicinandolo a Christopher. “I miei genitori li hanno ammazzati pure.”

Christopher legge, ma senza rispondere, cacciando la testa fra le ginocchia. “Cos’è che odi di più al mondo?” chiede ancora Richard. Christopher afferra con rabbia la matita, voltandosi verso il ragazzo, e verga: “Tutto.”

“Anch’io.”

“Tanto non serve a niente. Fra poco ammazzano pure noi.”

“E nel frattempo vuoi diventare mio amico?”

“Sì” scrive Christopher, sorridendo amaramente.

Il silenzio stavolta non è più omicida; si è trasformato in qualcosa di più puro e amichevole.

“Secondo me i robot non sanno essere amici” scribacchia Christopher.

“Anche secondo me. E neanche i grandi sanno fare amicizia, altrimenti sarebbero già tutti uniti e avrebbero ammazzato tutte le macchine.”

Una lacrima riga ancora il volto del bambino riportandolo alla tristezza. “Sopravvivremo?” chiede.

“Puoi starne certo.”

3 commenti...:

  1. Ho trovato questo racconto molto carino, se posso permettermi con qualche inevitabile erroruccio (niente di che, qualche virgola mancante o di troppo e qualche parolina)ma veramente carino e scorrevole.
    Scrivi molto, molto bene. Complimenti!
    Melina

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  2. Proprio non condivido, no. Questo racconto è meraviglioso :') Mi è piaciuto davvero tanto!

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  3. Ringrazio entrambi per i vostri gentilissimi commenti. :)

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