venerdì 9 settembre 2011

Crayons Opera: PINK

Non è che quest’estate non ho scritto, in fondo. Non è che quest’estate non ho postato, in fondo. Non è che quest’estate non ho letto, in fondo. È che quest’estate ho scritto poco, ho postato poco e ho letto poco. In fondo non sapevo neanche se pubblicare o no questo racconto. Ho scritto tre racconti tutti sullo stesso tema. E come idea è anche carina. Ma ho opinioni contrastanti su tutti e tre. (Meno di uno. Fallito miseramente. Quello è uno schifo.) Poi li posto, forse. Non so. Per ora c’è questo. Buona lettura.

PINK

pink«Che cazzo hai fatto ai capelli?»

Mio padre mi ha stupito in effetti: non credevo che mi avrebbe notata non appena fossi entrata in casa. È che l’ho beccato in corridoio mentre entravo, altrimenti sarebbero passati giorni prima che se ne accorgesse. Ed eccolo che posa il suo panino al prosciutto sul mobile all’entrata e si avventa su di me; ha un’espressione furiosa, sembra quasi che faccia sul serio, che voglia davvero tirarmi uno schiaffo. Ma, come da copione, non lo fa e la sua risposta al mio pianificato atto di ribellione è un semplice «Rispondi!»

Codardo. Un emerito codardo. Sembra voglia uccidermi con quello sguardo, ma voglio a tutti i costi terminare l’opera. Impassibile, gli passo accanto e vado verso la mia camera; solo quando tocco la maniglia sento che si è mosso e i suoi passi pesanti sembrano ringhiarmi contro, ma è tutto un bluff, me lo sento. Entro e mi chiudo a chiave; invano cerca di aprire la porta, ormai è troppo tardi.

«Cazzo, Dalila, ora tu non esci di qui finché non decidi di far scomparire quei capelli fucsia!»

«Non è fucsia! È rosa pastello!» urlo.

Vibrando un ultimo colpo sulla porta se ne va e, devo dirlo, non è stata per niente un’uscita ad effetto. Vado davanti allo specchio e osservo i miei nuovi capelli; da quando la mamma è andata via non c’è una volta che abbia ricevuto uno schiaffo, il che mi ha fornito una più che vasta possibilità di scelta riguardo qualsiasi cosa.

Mi tolgo la maglietta che ho addosso e prendo dall’armadio quella appena comprata su Internet. La indosso e mi guardo allo specchio; avevo dannatamente ragione: quei coniglietti rosa stanno perfettamente con i capelli. Mi butto sul letto e guardo fuori dalla finestra, il cielo è scuro, gonfio, orribile; i pomeriggi come questi mi fanno schifo, è maggio e ancora ci sono intere settimane di nuvole. E non fa neanche freddo, semplicemente non c’è il sole e si mette a piovere quando gli pare.

I miei ridicoli pensieri sulle schifose nuvole sono interrotti dal cellulare che squilla. Senza muovermi dalla mia posizione, lo prendo e leggo il messaggio di Sofia.

“Sono sotto muoviti e mettiti qualcosa di decente.”

Con “qualcosa di decente” Sofia intende “elegante”; vorrei davvero sfoggiare la mia maglietta con i conigli, ma preferisco non disubbidire a Sofia e poi non so neanche dove dobbiamo andare. Lascio il cellulare sul letto e mi alzo, mi sfilo i jeans e li getto per terra. Lascio sul letto la maglietta e dall’armadio sfilo un vestito nuovo di zecca. L’ho comprato apposta per quando mi sarei tinta i capelli: è bianco, a palloncino, fino alle ginocchia; unico tocco di colore sono dei bottoni rosa come i miei capelli, proprio sul petto. Lo indosso in pochi secondi scagliando l’appendiabiti contro il pavimento. Sento che lo specchio mi ama: non tutti gli specchi possono vantare una proprietaria tanto affascinante.

Sembro un marshmallow. Un enorme, zuccheroso marshmallow e lo trovo anche intonato con il clima: se lo avessi messo in una giornata di sole sarei sembrata orribile, sciolta e appiccicosa, invece con questo tempo sono perfetta, pronta da mettere sul fuoco.

Prima che Sofia inizi a urlarmi contro prendo la borsetta e apro la finestra. Il fatto di abitare al primo piano rende tutto così maledettamente facile, quasi non c’è gusto. Scavalco, attraverso il piccolo giardino dietro casa, apro il cancello ed esco in strada. Lo sguardo di Sofia è più che eloquente, quasi resta muta mentre io mi avvicino orgogliosa.

«Non avrei mai creduto che lo avresti fatto.» È scioccata, eppure da me se lo doveva aspettare, in fondo.

«E con tuo padre?»

«Dove dobbiamo andare vestite in questo modo, quindi?»

«L’hai fatto arrabbiare ancora quel poveretto di tuo padre. Perché cazzo devi farlo ogni volta?»

«Mio padre è un idiota, io cerco solo di farglielo capire. Piuttosto mi dici o no dove dobbiamo andare?»

Sofia mi porge un casco, con un’espressione mista a rabbia e vendetta; sta sempre dalla parte di mio padre.

«Non ho intenzione di mettermi il casco con questi capelli.»

«La multa la fanno a me però. Muoviti» conclude scuotendo il casco. Lo afferro controvoglia e mi sistemo allo specchietto. Fatta invaghire anche quella superficie riflettente della mia figura, salgo sul motorino e Sofia parte, senza ancora avermi detto verso dove. Prima che faccia in tempo a chiederlo Sofia esordisce.

«Odio due cose di te.»

«Quali?»

«Il fatto che provi piacere nel provocare tuo padre e il fatto che non hai bisogno di trucco.»

Sorrido. È la cosa che tutti invidiano in fondo di me: la totale assenza di trucco e, allo stesso tempo, la stupefacente armonia del mio viso sembrano frutto di un patto col diavolo.

«Me ne farò una ragione; adesso posso sapere dove stiamo andando?»

«In chiesa.»

Ora le ipotesi sono due: o sta scherzando o è impazzita. «Sofia, dove mi stai portando?!»

«In chiesa, ti ho detto. C’è il concerto del coro di Luca oggi, magari poi andiamo a fare una passeggiata al mare…»

«Io vi odio quando dovete fate i piccioncini… e poi io che faccio quando voi starete a sbaciucchiarvi sulla spiaggia?»

«Prometto che ti trovo qualcosa da fare.»

E sono sicura che non sarà interessante per niente; odio quando Sofia pensa solo a se stessa. Chiudo gli occhi e mi faccio investire dal vento, come per farmi soffiare via tutti i pensieri.

Arriviamo in pochi minuti alla chiesa e, dopo essermi sistemata i capelli, seguo Sofia. La chiesa è quasi tutta piena, solo gli ultimi banchi sono quasi tutti liberi, ma a Sofia non vanno bene. Mi prende per mano e mi porta fino ai primi banchi, chiede sfacciatamente un po’ di spazio e sebbene le signore sbuffino, sono costrette a concederlo perché “sono nella Casa del Signore”. A me tocca sedermi dalla parte interna, dato che Sofia vuole avere la visuale migliore e sono costretta a sedermi accanto a una signora, che sembra più che altro un magazzino di grasso, cellulite e verruche. Sento il suo sguardo viscido e unto su di me; mi giudica e la odio, non perché mi fa dubitare di me stessa, ma perché proprio quella signora si annuncia come colei che dice che solo Dio può giudicare.

Ma non è solo lei, sento che il mio essere me stessa stupisca tanti nell’edificio. Sento gli occhi del bambino al primo banco che crede che io sia una fata o una maghetta appena uscita da qualche cartone animato; sento gli occhi di un padre con la sua bambina in braccio che prega nel profondo del suo cuore che sua figlia non diventi come me.

Tutti vogliono giudicare, perché abbiamo paura di essere noi stessi. Abbiamo paura di quello che penserebbero gli altri se rivelassimo che il nostro modo di vestire, taglio di capelli, orientamento sessuale non è quello che tutti hanno pensato finora. E allora si giudica per invidia, perché non abbiamo avuto il coraggio di essere noi stessi. Ecco allora perché i miei capelli rosa diventano una medaglia al valore, che sono fiera di portare.

Una gomitata di Sofia mi riporta alla realtà, il concerto sta iniziando. Mi piace una sacco guardare i cori cantare, non tanto ascoltarli, ma guardarli. Hanno quei completi, tutti uguali, eppure ognuno di loro è diverso. C’è chi ha messo una spilla sul gilet, chi ha il piercing al sopracciglio, chi ha una piccola farfalla tatuata sul collo; chi ci mette il cuore nel cantare e allora gonfia i polmoni fino a scoppiare, chi è semplicemente felice di essere parte di quella melodia di voci, quel gruppo che crea dalla diversità un’armonia.

Passa velocemente l’ora, mentre studio minuziosamente ogni componente del coro; leggo i sorrisi di una nota sbagliata sui loro volti, leggo gli sguardi complici di coloro che devono fare la controvoce. Il concerto si conclude e Sofia si alza, scappa dal suo innamorato e mi lascia sola, come una stupida; però per stavolta la perdono, è che ultimamente è annebbiata dalla cotta per Luca e so che in fondo mi vuole bene. Torna indietro, tendendo per il braccio il suo ragazzo.

«Bene, Dal, mi avevi detto che avevi intenzione di passare in libreria, no? Intanto magari vai, così ci vediamo dopo e ti riaccompagno a casa, okay? Io e Luca andiamo a prenderci un gelato.»

Ma annebbiata un cazzo! Qui mi ha usata come una pezza, non mi piace neanche andare in quell’insulsa libreria qua vicino. Ho una voglia matta di prenderla a schiaffi davanti a tutti; ma mi trattengo, me la pagherà cara.

«Veramente preferisco andare in spiaggia a fare una passeggiata, ci sentiamo.»

Scappo via come un siluro, prima che per una qualsiasi ragione inizi a cambiarle i connotati. La spiaggia è vicinissima, girò l’angolo, attraverso la strada ed eccomi sul lungomare. Mi arrampico sul grezzo muretto che divide il cemento dalla spiaggia e salto. Puff! Un soffice letto di sabbia ammortizza il salto. Mi tolgo le scarpe e affondo i piedi nudi nella sabbia tiepida.

Il mare con le nuvole mi piace, riesce a entrarmi dentro e a bloccare il tempo. Come quegli eventi rarissimi, quelli dove, anche se non sei immischiato, vieni sconvolto; il mare con le nuvole mi sconvolge, mette in dubbio tutto quello che ho fatto. Peccato ci sia un ragazzo seduto sulla spiaggia; pensavo di poter stare da sola e poi odio quando la spiaggia nuvolosa non è tutta per me. Tuttavia, per fortuna, il ragazzo si alza e va via a grandi passi, tanto che un foglio, tra i libri che ha con sé viene trascinato via dal vento debole e atterra sulla sabbia.

«Ehi!» grido, «Ehi!». Nulla. Ignorandomi, il ragazzo corre via, scavalca il muro e non lo vedo più. Inizio a correre, prima che il vento faccia perdere per sempre le tracce del foglio. Un’altra folata di vento fa alzare il foglio, che va a sbattere contro le mie gambe, lo afferro. Rimango paralizzata. Le scarpe mi cadono da sotto il braccio, il mio cuore smette di battere, il mondo smette di girare.

Sono io. Io! Uguale identica. È il mio ritratto, ne sono certa. C’è tutto, i capelli rosa, le labbra sottili, gli occhi azzurro chiaro, c’è persino quel piccolo neo sulla guancia. Fino ad ora credo mi sarei sentita violata se uno sconosciuto avesse disegnato un mio ritratto, ma quei tratti così delicati, quegli acquerelli così sereni, quelle pennellate così soffici me lo impediscono.

Mi getto sulla sabbia, come colpita da un proiettile, proteggendo il disegno nel petto. Il karma deve avermi premiato per quello che ho fatto, altrimenti non ci sarebbe ragione di ricevere una regalo del genere.

«Dalila! Dalila!»

Ecco che l’equilibrio dell’universo torna a stabilizzarsi: per un regalo come questo, ci vuole una punizione adeguata. È mia madre, la riconosco dalla sua stupida voce quasi ansimante alle mie spalle. Infilo con cura il disegno nella borsetta e realizzo che mia madre non mi ha mai visto né con i capelli rosa, né con questo vestito. Tipico di mio padre ricorrere ai rinforzi, avrà già spifferato tutto a mia madre che ora verrà da me e, senza assolutamente aggredirmi, cercherà di “farmi ragionare”.

Eccola che arriva e si siede accanto a me, prendendo fiato. Da quando sta con il suo nuovo compagno è ingrassata, ma, a dirla tutta, mi piace di più così; sembra uno di quei bambini paffuti e contenti che vedi ogni tanto al parco. Ora mi sta sorridendo, mentre pensa a un modo decente per iniziare il discorso.

«Dalila. Non credi che questi capelli siano un po’… come dire… “bizzarri”?»

Mia madre ha usato la parola “bizzarri” allo stesso modo in cui si pronuncia “penosi” quando si parla di qualcosa tipo i barboni. “Che pena mi fa quel mendicante!”; “che pena mi fa quella ragazza coi capelli rosa!”. Ed ecco perché io odio mia madre: non riesce neanche a fingere di credere in una bugia, lei alla fine te lo spiattella in faccia quello che pensa.

«Dato il fatto che io stessa ho scelto il colore, mi sembra ovvio il fatto che a me piacciano così; Dio, tu e papà siete così prevedibili. È sempre la stessa storia: lui è un totale vigliacco che viene a chiederti subito aiuto perché in fondo sa che a te non frega nulla se mi dipingo i capelli di rosa o decido di segarmi un braccio. La conseguenza, quindi, è che voi potete dire di avere una figlia ribelle e sentirvi in pace con voi stessi. Perciò è inutile che continuiamo il discorso, finisce sempre allo stesso modo e poi è tardi e devo andare da Alice.»

Mi alzo e la lascio sulla spiaggia. Quasi mi dispiace di essere stata così brutale, ma voglio fargli aprire gli occhi una volta per tutte. Non voglio fare la ragazzina capricciosa che vuole avere tutto quello che desidera, voglio incastrarmi in questo cazzo di mondo, voglio un posto tutto mio.

«Oh, Dalila… Alice come sta?»

«Come al solito mamma, come al solito!» urlo senza voltarmi.

Mi rimetto le scarpe e ritorno in strada, diretta a casa di Alice e sento che sto per esplodere. È uno di quei giorni in cui succedono un sacco di cose che ti travolgono e ti portano via come una valanga. Non riesco a metabolizzarle, è più forte di me. Plick! Una goccia d’acqua infierisce sul mio stato d’animo rigandomi la guancia. Perfetto. Adesso piove pure.

Con questa scusa affretto il passo, sempre di più, fino a correre cercando di liberarmi da quella morsa opprimente di eventi. Ed eccomi in pochi minuti davanti allo spesso portone marrone, suono il campanello e viene alla porta la signora Marsala. Ha i capelli raccolti, il grembiule e i guanti di gomma ancora bagnati. Noto la sua espressione dubbiosa, che dura un attimo ma mi fa tornare il sorriso; mi ha riconosciuta solo dopo qualche secondo e ride sonoramente.

«Dalila, buon pomeriggio! Stai bene con questi capelli.»

Io adoro la signora Marsala, è una persona priva di pregiudizi, una donna che non finge.

«Vieni su, entra».

Entro in casa e vado in camera di Alice, seguita dalla signora Marsala. Alice è sotto delle raggianti coperte estive, arancioni e gialle cosparse di innumerevoli piccoli fiori. I suoi occhi s’illuminano appena mi vede.

«Ciao, Dal.»

La saluto con la mano e col sorriso più felice che posso, mi siedo accanto a lei che subito mi stringe la mano con un tocco delicato, etereo.

«Allora vi lascio, vado a prendervi del tè fresco» conclude la signora Marsala, ritornando in cucina.

«Avevi ragione, i capelli ti stanno un incanto. Sei così… te, adesso.» commenta Alice.

Sorrido e abbasso gli occhi. Alice è l’unica che mi fa sentire imbarazzata, è l’unica persona di cui m’interessa l’opinione.

«Dal, apri la tenda?»

«Ma sta piovendo.»

«Lo so, per questo mi piace.»

Mi alzo e rivelo la grande finestra che da sul giardino, inondando la stanza di una luce grigia, ma di un grigio felice, puro, come quello delle foto in bianco e nero. Torno da Alice e mi sdraio sul suo lettone accanto a lei; guardiamo entrambe fuori dalla finestra, dove le gocce hanno già iniziato a deformare il mondo esterno, per fortuna però non possono entrare dentro, nella stanza, a deformare anche noi.

«Che hai fatto oggi?» mi chiede.

«Ho visto un coro che cantava… Ricordi Cime Tempestose? C’era un ragazzo uguale ad Heathcliff, con i capelli ricci, neri; quello sguardo scuro, travagliato.»

Ci fu una pausa come se la conversazione avesse bisogno di prendere grandi respiri per continuare. Chiudo gli occhi e rilasso il mio corpo. Ogni dolore sembra svanito.

«E hai immaginato la sua Catherine?»

«No, ma sono sicura che ora sono insieme, da qualche parte, quasi come fantasmi.»

Il tintinnare del cucchiaino contro il bicchiere ci scuote, la signora Marsala ci porge il tè da un vassoio e va via, senza dire una parola, ma senza perdere quel sorriso che mi ha sempre commosso. Beviamo in silenzio, ipnotizzate dalla singolare pioggia estiva.

«Alice…» inizio, posando il bicchiere sul comodino «ci sono novità dall’ospedale?»

Scuote la testa. «Sembra che il mio cuore faccia di tutto pur di restare con me fino alla fine. Non vuole andarsene, secondo me è tutta colpa sua: non vuole essere sostituito.» sorride e di nuovo l’unica risposta che so dare è un amaro sorriso.

Non so se dirle del disegno, è una cosa che mi ha sconvolto. Prendo esitante la borsetta.

«Sai… Oggi sono scesa in spiaggia e ho trovato questo.» le porgo il mio ritratto e lei ride, stupita, alternando lo sguardo su di me e sul disegno. È proprio in quel momento che mi accorgo di una scritta leggerissima a matita sul retro del foglio.

Ho passato la mia vita a progettare e vorrei iniziare a vivere, forse, ma non so com’è. Alla spiaggia in qualsiasi momento. Se vuoi, e perdonando tutta questa eccessiva assurdità.

Dopo che lo ha letto anche Alice entrambe rimaniamo paralizzate.

«Voglio che ci vai.» decide lei.

Io sono ancora sgomenta; è una situazione senza precedenti, il buon senso non ti aiuta in questo caso. Sei tu e il tuo istinto.

«Vacci, ti prego. È quasi una richiesta d’aiuto.»

«Tu dici?»

Annuisce con forza, allora prendo il disegno, lo rimetto in borsa, e prendo un bel respiro.

«Però prima ti devo dare una cosa. Apri il cassetto della scrivania.»

Lo apro e ne tiro fuori un lungo pacco da regalo. Sono confusa, ma Alice mi incita a scartarlo; strappo via l’involucro e scopro un ombrello rosa, semitrasparente.

«Per il nuovo taglio» afferma.

«Grazie» rispondo.

«Adesso, vai però, forza!»

Vado verso la porta e la saluto, poi scappo via, gettandomi subito fuori. Apro l’ombrello appena ricevuto e corro, corro e corro.

Ho la mente vuota, sottosopra, come se dovesse imparare a fare una cosa mai fatta. Cosa si pensa in questi casi? Cosa si pensa quando un totale sconosciuto ti chiede di aiutarlo e tu vai pure all’appuntamento?

Nulla, ed è questo quello che faccio fino a che i miei piedi non affondano nella sabbia bagnata della spiaggia.

È esattamente come la scena di un film, c’è tutto. C’è la pioggia, ci sono i personaggi, un uomo e una donna, c’è la spiaggia, l’uomo aspetta paziente la sua donna sotto un ombrello nero. L’unica differenza è che io proprio non so chi è quell’uomo sotto l’ombrello nero. Ad ogni passo mi sento sprofondare sempre di più.

Una volta arrivata, mi siedo non molto lontano da lui. Ci volgiamo l’uno verso l’altra e quello che vedo è un ragazzo chiaro, dai capelli color nocciola, ricci e corti.

«Non credevo venissi» ammette.

«Sono Dimitrij, ad ogni modo.»

«Dalila» rispondo.

Entrambi torniamo ad osservare il mare schiumoso, col sottofondo della pioggia che si abbatte sui nostri ombrelli.

«Ho sbagliato nel pensare che tu viva, invece di progettare?» chiede.

«No, non credo.»

«Potresti aiutarmi, quindi?»

È in questo momento che mi passa per la mente il più strano dei pensieri di tutta la mia vita. Se adesso Dimitrij morisse per un qualsiasi motivo, inghiottito dal mare o ucciso da un proiettile; se scomparisse come in un sogno, o se sprofondasse nella sabbia, se succedesse una qualsiasi di queste cose, allora mi sentirei morire, il mio mondo finirebbe. È come se quell’umile richiesta d’aiuto lo avesse automaticamente inserito tra le poche persone che davvero contano nella mia vita.

«Sì, certamente» rispondo, sicura come non mai.

Foto di oolovemeoo

6 commenti...:

  1. Questo racconto l'ho letto per la prima volta quando l'avevi postato da poco, ma lì per lì non avevo trovato le parole giuste per commentartelo in maniera, se non buona, almeno esaustiva.
    Partendo dal fatto che questo tema mi sta molto a cuore (anch'io ho portato i capelli rosa pastello un annetto fa *-*), devo dire che hai fatto un buon lavoro :)
    Rispetto agli altri tuoi racconti - anche se per esempio altri erano divisi in parti, o anche i numerosi capitoli di Saikoro Park, ma li considero a parte se me lo permetti - mi pare che questo sia uno dei più lunghi che tu abbia postato tutto in un blocco. Sei riuscito a svilupparlo bene: con poche scene hai descritto un intero mondo, mi hai fatto immergere nella situazione di partenza per poi concludere il tutto con un nuovo inizio pieno di aspettative. Mi piace la conclusione, dà un principio di speranza che però si nasconde nelle misteriose vie della normalità.
    Forse l'unica cosa che mi viene da appuntarti è un po' il modo in cui hai portato avanti il punto di vista. Cioè, essendo una ragazza, non mi sono ritrovata molto nei pensieri di lei, anzi mi è parso un personaggio un po' maschile in cui a tratti si inserivano gocce di femminilità che stridevano col resto (come ad esempio i commenti sul trucco, per farmi intendere). Ma probabilmente questa è stata solo una mia sensazione, in fondo gli animi della gente si distinguono non tanto per il sesso quanto per le loro peculiarità che variano da individuo a individuo.

    Un'ultima cosa: grazie per il commento che mi hai lasciato. Devo ammettere che ne avevo bisogno.
    E sta certo che ti avviserò, se un giorno ci saranno cambiamenti :)

    Francy

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  2. Devo dire che questo racconto mi è piaciuto moltissimo. Per due motivi. Il primo è che, tecnicamente, sei migliorato moltissimo. Secondo me sei più portato per questo genere di racconti piuttisto che per fanfiction fantascientifiche, come Saikoro Park, che, a dirla tutta, ho trovato un po'confusionario. Secondo, è un tema che apprezzo molto, soprattutto perchè ultimamente mi sento un po' come quel ragazzo sulla spiaggia.
    Bravo, e aggiorna il blog più spesso :)

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  3. Ti ringrazio di cuore. :)
    Riguardo la mia scrittura sono sempre più confuso. Non ho ancora capito dove andrò a parare.
    Riguardo la pubblicità e i visitatori, sono sempre più convinto che i blog in generale (eccetto i più noti) siano sempre meno visitati. Io stesso ne visito di meno. Cercherò di pubblicare più costantemente ora che arriva Natale e di farmi un po' di pubblicità.
    Infine, ti chiedo un favore. Conosci altri blog che potrebbero interessarmi? Stento a trovarne di affini al mio.
    Grazie ancora. :)

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  4. nice post dear blogger

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  5. Mi dispiace, ma seguo solo il tuo, quello di Gamberetta e quello di Licia Troisi. Però prova a dare un'occhiata a questo http://www.steamfantasy.it/blog/ . Lessi uno o due articoli soltanto. All'epoca non mi piacque, ma forse a te può interessare.

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  6. Oh, ma è Baionette Librarie! Sì, lo conosco, anche se non lo leggo spesso. Grazie comunque. :)

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