lunedì 31 ottobre 2011

Racconto di Halloween: Lion’s Heart

Stranamente il racconto di Halloween di quest’anno mi piace. Rispetto a questo e questo probabilmente sono migliorato. O forse sono i miei standard ad essersi abbassati. :)

Lion’s Heart

Toy LionWilliam diede un ultimo colpo con la mano alla sua criniera da leone. Quello era decisamente un bel costume, uno dei più belli probabilmente. Solo che doveva stare attento, perché sua madre l’aveva preso a noleggio e nel caso in cui si fosse rovinato, l’avrebbe dovuto pagare per intero. Ma un buon costume era indispensabile quest’anno perché – William non poteva crederci! – Cedric e i suoi amici lo avevano invitato a fare dolcetto o scherzetto con loro. In fondo Cedric era in prima media, mentre William solo in quarta elementare; era un evento irripetibile e tutto doveva essere perfetto.

Mimò un ruggito allo specchio, muovendo la zampa in avanti: quasi si spaventò da solo. Corse via dalla sua stanza, scese le scale e trovò sua madre alla porta, si fermò e mimò il ruggito proprio come davanti allo specchio. Come previsto anche sua madre si spaventò, quello sì che era un bel costume! Prese la busta arancione con la faccia di Jack-O-Lantern e diede un bacio a sua madre.

«Ciao, mamma.»

«Ciao, tesoro, e stai attento al costume, mi raccomando», indugiò qualche secondo sulla porta. «E non fare troppo tardi!» si affrettò a dire.

William annuì con forza e poi uscì sul marciapiede, guardò a sinistra e vide tre ragazzi travestiti da pirata. Aguzzò la vista e realizzò che il pirata con una benda sull’occhio e un uncino era proprio Cedric; si era anche disegnato una cicatrice in faccia. William quasi pensò che il suo vestito sfigurasse davanti a quello di Cedric. Alzò la zampa pelosa verso i tre pirati.

«Ehilà, Will!» urlò Cedric. William gli andò incontro, sperando di non aver capito male l’invito.

«Bel… bel costume, amico» commentò Cedric. «Thomas, qui, stava per sceglierne un uguale, meno male che poi gli ho fatto cambiare idea.» Thomas, quello con la gamba di legno finta, sghignazzò.

William sorrise e si zittì, cosa doveva fare adesso?

«Senti, Will, ti dispiace se andiamo in un posto prima? È un posto davvero figo, vedrai.»

«Ok… sì va bene, per me.»

«Grande, allora!» I tipi dietro Cedric risero e poi andarono nella direzione opposta al percorso stabilito. William si sentì in colpa di non averlo detto a sua madre, ma si vergognava a chiedere di tornare indietro. E poi Cedric aveva detto che sarebbe stato interessante. Camminarono per molto in silenzio e i piedi di William iniziarono a far male. Si fermarono solo davanti ad una grande stamberga ammuffita. E a William non sembrava affatto interessante.

«Eh?» disse Cedric «Non è una meraviglia?»

William annuì appena. Guardava ancora quella enorme ragnatela appesa al portico. La casa aveva le finestre sbarrate e molte tegole del tetto si erano infrante nella striscia di giardino antistante. Non che il tappeto di erba ingiallita si potesse chiamare giardino; e non che la casa si potesse definire tale.

«Senti, Will, avrei voluto dirtelo prima, ma sai com’è… non volevo metterti ansia.» William staccò lo sguardo dalla ragnatela. «A giudizio unanime, sei degno di entrare nel nostro gruppo.»

William sentì un tremito lungo la schiena – diverso da quello che aveva provato quando aveva visto la casa – e si sentì mancare le gambe. Non era possibile: lui, nel gruppo di Cedric!

«Tuttavia, tutti noi abbiamo prima sostenuto una prova, e quindi anche tu dovrai dimostrarci la tua totale fedeltà al gruppo.»

E in quel momento William sperò con tutto il suo cuore che la prova non c’entrasse nulla con il rudere che aveva di fronte.

«Basterà entrare lì dentro, arrivi in qualche stanza e prendi qualcosa. Appena la porti fuori e ce la fai vedere noi ti facciamo entrare nel gruppo.»

William era diventato innaturalmente bianco. Non che avesse paura di entra lì dentro; era per il costume, l’avrebbe sporcato tantissimo entrando in quella casa fatiscente.

«Ehi, capito? Tipo entri nella cucina e prendi un cucchiaio o qualcosa del genere, no? È facilissimo.»

William spostò lo sguardo sulla costruzione e capì che non sarebbe stato affatto divertente. Affatto. Però avrebbe dato qualunque cosa per entrare nel gruppo di Cedric. Si attorcigliò un ciuffo della criniera intorno alle dita; la mano tremava.

«Amico! Dai, l’abbiamo fatto tutti! Mike ha addirittura preso una spazzola dalla camera da letto. Vedrai, sarà una passeggiata. E là dentro non c’è mai nessuno, quella che ci stava era vecchia ed è morta senza figli.»

William aprì la bocca e proprio nel momento in cui disse “Va bene” sentì lo stomaco fare un giro completo. Un passo dietro l’altro, il più naturalmente possibile, si avvicino al portico di legno e salì il primo scalino cigolante. Poi il secondo e il terzo, sperando davvero di non sporcarsi il costume. La porta doveva essere stata sbarrata con delle assi di legno, che ora giacevano a terra divelte. Aprì la porta mettendo le dita nella fessura dello stipite, perché al posto del pomello c’era solo un piccolo buco.

Una zaffata di aria ammuffita investì il piccolo leone; all’interno, solo ombre. Strinse le dita attorno alla sua busta arancione e mosse un passo all’interno. La porta si chiuse dietro di lui con un tonfo e gettò un grido di paura. Si tappò subito la bocca, sperando che Cedric e gli altri non avessero sentito. Una posata, nient’altro, sarebbe andato tutto liscio.

Un colpo contro la finestra infranse i vetri che tintinnarono sul pavimento. William urlò ancora, scappando verso una stanza che sembrava più luminosa delle altre. Era la cucina, a cui mancava una parte di tetto da cui entrava la luce della luna. William si dovette tappare il naso, tanta era la puzza in quella stanza. Sentì un altro colpo nell’altra stanza, seguito da risa incontrollate. Una posata, nient’altro.

Aguzzò la vista alla ricerca di qualcosa, si avvicinò ad un mobile e aprì un cassetto. Delle posate tintinnarono all’interno e proprio quando stava per afferrare un cucchiaio, sentì dei passi veloci venire verso di lui. Lasciò la busta che aveva in mano e si nascose dietro una tendina, sotto un ripiano accanto al mobile. Delle risa divertite venivano verso di lui. Il suo cuore iniziò a battere e pensò che Cedric e gli altri lo avessero invitato solo per fargli uno scherzo. Ma certo, non c’era altra spiegazione.

Ecco che i passi si avvicinavano a lui e il suo costume probabilmente si era sporcato sul pavimento puzzolente. Una mano prese la tendina e la tirò via.

«Trovato!»

William rimase a bocca aperta, mentre una ragazzina con due trecce dorate trasformava il suo sorriso in una smorfia confusa. «Chi sei?» chiese.

William si rannicchiò ancora di più nel suo cantuccio.

«Dov’è Riley, e chi sei tu? Esci da lì o ti sporcherai tutto.»

William tremava convulsamente e iniziò a muoversi solo quando la bambina si tirò indietro. «Riley!» urlò la bambina «Riley! Guarda cos’ho trovato!»

William uscì dal suo nascondiglio e si allontanò il più possibile dalla bambina strana. «F-fammi uscire di qui.»

«Non aver paura, ragazzino, io non ti faccio niente. Riley, guarda!» Un altro bambino si affacciò nella stanza e guardò William. Se solo quei due non avessero occupato l’uscita sarebbe corso via e al diavolo Cedric e la sua combriccola.

«Io sono Emma e lui è Riley. Non avere paura, non ti faremo nulla. Come ti chiami?»

«Wil-William» balbettò, sperando che adesso lo avrebbero lasciato andare. «Posso andare, ora?»

«No, William, su! Non puoi andartene subito, noi stiamo sempre soli qui dentro!» disse la bambina con le trecce.

«Qui dentro non ci abita nessuno. State dicendo solo bugie!»

«Oh, William caro, non è vero. Noi siamo sempre qui, a giocare. Conosciamo questa casa meglio di chiunque altro, davvero. Piuttosto perché sei qui?»

«Voglio solo andare a casa. Per favore.»

«Una partita. Solo una partita, Will caro. Non hai pietà per noi che stiamo sempre chiusi qui dentro?»

«Voi… voi state mentendo! Mi state prendendo in giro, siete d’accordo con Cedric, vero?»

«Non so di chi tu stia parlando, ma se è per quei ragazzi là fuori, sappi che sono andati via da un pezzo.»

William tese l’orecchio e in effetti non sentì nessun rumore venire da fuori. «Una partita, Will, su!»

William si avvicinò ai ragazzi e riprese la sua busta arancione. «E poi posso andarmene e voi mi lasciate in pace?»

«Certamente.»

William annuì e i due bambini esultarono. «Conto io!» disse il maschio. Mentre Riley iniziò la conta, William tastava le pareti alla ricerca di un nascondiglio. Entrò in un’altra stanza, più buia delle altre e si sedette in attesa di essere scoperto. Nascondino, che gioco da poppanti.

Finita la conta, Riley salì le scale e dopo pochi secondi urlò: «Trovata!» Bene, finalmente toccava a lui. Entrambi i bambini camminarono in giro per la casa, esplorando ogni stanza. Chi sa perché ci mettevano così tanto.

«Will caro, sei qui dentro?» William si alzò e si fece vedere, mentre l’espressione dei due ragazzi cambiò d’un tratto. «William caro, come hai avuto il coraggio di entrare lì dentro?»

A queste parole William uscì dalla stanza rabbrividendo. «Lì dentro noi non ci entriamo mai.»

«Perché?»

«Non… non lo so. Non ci entriamo e basta. Perché non ci entriamo, Riley?» Riley si strinse nelle spalle.

«Prendi una candela William, così vediamo che c’è là dentro.»

«No, no. Io voglio solo andare a casa. Niente da fare.»

«Per favore, Will caro, solo un ultimo favore. La candela è proprio dietro di te e se apri il cassetto ci sono anche dei fiammiferi.»

William si voltò, aprì il cassetto e accese un fiammifero come vedeva fare alla madre. Accese la candela ed entrò nella stanza. Era una stanza vuota, con tante ragnatele nelle pareti e una grande tenda lungo tutto il muro sinistro. Riley ed Emma si sporsero appena.

«Will, togli quel drappo.»

Will lasciò andare la sua busta e afferrò il drappo polveroso. Indugiò qualche secondo e poi diede uno strattone. Una nuvola di polvere lo investì e la candela quasi si spense. Tossì, muovendo la mano davanti al viso per mandare via tutto quel polverone. Quando riaprì gli occhi vide tante grandi bocce di vetro sporco tutte messe in fila una dietro l’altra. Le contò; erano ventiquattro.

«Will, pulisci quel vetro» disse Emma indicando una boccia. Will si avvicinò e mise una mano sul vetro, la mosse su e giù e vide, oltre un liquido verde acido un oggetto rosso, grande quanto un pugno. Ed era identico a quello che aveva visto sul libro di scienze. Un cuore umano.

Emma getto un grido. «Ora ricordo. Ora ricordo tutto» commentò toccandosi il petto. «Quell’uomo, l’uomo cattivo, ricordi Riley? È stato lui a farci questo. Lui. Lui» piangeva Emma «Ci… ci ha uccisi.»

Emma si gettò su Will, ma si accorse di non poterlo toccare. Tentava di afferrargli le braccia, ma la sua mano attraversava la carne del leoncino. William rabbrividiva ogni volta che la mano opaca di Emma lo attraversava invano. «Will, Will caro, devi scappare, o lui tornerà! Lui, lui abita qui! Lui-»

Un tonfo sordo dalla stanza principale. Scarpe che schiacciano vetri. «Will, Will scappa altrimenti…» Emma si dissolse, insieme a Riley e il leoncino rimase immobile, in ginocchio, con in mano la candela. E lo vide, un uomo. Quell’uomo.

«Chi sei tu?» gorgogliò. Il fiato si mozzò. Nient’altro che un flebile soffio usciva dalla gola di William. «Cosa abbiamo qui, mh?»

Nulla.

Solo dodici bocce e un leone che gioca a nascondino.

Foto di adorablykawaii.

2 commenti...:

  1. Il finale è sconcertante. Povero Will O_O Scherzi a parte, ribadisco che secondo me sei migliorato. C'è giusto qualche imprecisione nella punteggiatura, nella prima parte del brano, e poi questa frase "Ecco che i passi si avvicinano a lui e il suo costume probabilmente si sarà sporcato sul pavimento puzzolente. Una mano prende la tendina e la tira via." è scritta al presente, mentre tutto il resto del racconto è al passato.

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  2. Grazie per la segnalazione, provvedo subito alla correzione! E grazie anche per i complimenti, sono sempre un toccasana. :)

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